Bookmark! Le proteste nell’era dei social media

#Proteste Online, #CitizenJournalism, #Geografia e #Wikileaks sono le parole chiave di questa nuova edizione di Bookmark!

#Proteste Online

Mentre a Istanbul continuano le proteste contro la distruzione del parco Gezi sulla piazza Taksim, in rete si inizia a discutere dell’impatto dei social media su quella che forse, in altre epoche, sarebbe rimasta solo una piccola manifestazione locale. E che si è invece trasformata in una protesta in grado di attirare l’attenzione globale, anche grazie alle tante testimonianze condivise su Twitter, Facebook, YouTube e altre piattaforme online.

turchia_twitter

Tweet e foto pubblicati da Sunny Hundal

Proprio analizzando il ruolo dei social media in questo contesto, la sociologa di origine turca Zeynep Tufekci ha pubblicato una delle riflessioni più interessanti sul tema, sottolineando alcune somiglianze tra #Jan25 (il meme di Piazza Tahir in Egitto) e l’attuale #Geziparki di Istanbul. Pur riconoscendo la complessità dei fattori che portano a una manifestazione di questo tipo (non chiamatela quindi “Twitter Revolution“), Tufekci evidenzia le 8 caratteristiche principali di una protesta nell’era dei social media (qui si trova una traduzione in italiano):

1. Mancanza di leadership organizzata
2. Sensazione di una mancanza di sfogo istituzionale
3. Partecipazione di non-attivisti
4. Rottura dell’ignoranza pluralista
5. Organizzazione intorno a un ‘no’
6. Attenzione esterna
7. Social media strutturano la storia
8. Non facilmente controllabile

Molte di queste caratteristiche si trovano elencate anche nell’ultimo saggio di Manuel Castells Reti di indignazione e speranza (Egea), di cui il sociologo spagnolo ha parlato a lungo durante l’incontro di MtMG dello scorso novembre (qui la lecture integrale e il live-coverage dell’evento).

#CitizenJournalism

“I giornalisti amatoriali creano lavoro per quelli professionali”. Così il settimanale inglese The Economist racconta come è cambiato negli ultimi anni il cosiddetto “giornalismo dal basso” in un interessante articolo (tradotto e commentato in italiano da LSDI). Da una parte – come dimostrano anche gli eventi di Istanbul – le testimonianze condivise online arricchiscono la copertura dei grandi eventi di attualità. Dall’altra, comunque, cresce il bisogno di selezionare e verificare tutte queste risorse disponibili in rete. E questo compito spetta proprio ai giornalisti professionisti.

Whatever they find, reporters must confirm the material’s veracity—just as they would with a traditional source

citizen_journalism_economist

Credits: The Economist

#Geografia

Twitter ha pubblicato una serie di mappe che mostrano la distribuzione dei tweet in Europa e in diverse città del mondo dal 2009 a oggi, in cui ogni punto rappresenta un tweet geo-localizzato. Una riprova della rinascita della geografia nell’epoca dei social media.

twitter_geography

Credits: Twitter/Flickr

#Wikileaks

Nei giorni scorsi è uscito il documentario “We Steal Secrets” del premio Oscar Alex Gibney che racconta la storia di Wikileaks attraverso le testimonianze di diverse persone che hanno preso parte al movimento. La pellicola ha subito scatenato molte polemiche, anche da parte di Julian Assange, come ha spiegato nei giorni scorsi il Corriere della Sera:

Per prima cosa Assange critica il fatto che Manning venga dipinto come un uomo confuso, sulla cui identità sessuale si fanno insinuazioni. Poi, polemiche sono nate sul fatto che Gibney sostiene di aver parlato off the record con Assange per sei ore e che questi gli abbia chiesto 1 milione di dollari per parlare di fronte a una telecamera. Wikileaks ha pubblicato tutta la trascrizione del colloquio, nella quale non si fa alcun accenno al denaro. Ma Gibeny su Twitter ha pubblicamente sostenuto che la trascrizione è incompleta e che manca la parte in cui Assange gli chiede di soldi.

In attesa di vederlo anche in Italia, ecco il trailer del documentario

About Nicola Bruno