Geert Lovink: cresce il dibattito in rete

Il 14 giugno si avvicina. Proseguono sul nostro blog le riflessioni attorno ai temi e alle teorie di Geert Lovink. Internet ha già cambiato il mondo ma ora è il […]

Il 14 giugno si avvicina. Proseguono sul nostro blog le riflessioni attorno ai temi e alle teorie di Geert Lovink.

Internet ha già cambiato il mondo ma ora è il mondo che cambia Internet

Facebook dilaga e «colonizza il tempo reale», come suggerisce Geert Lovink nel suo saggio Ossessioni collettive. Critica dei social media. Ma è un errore sovrapporre l’onda tracimante di Facebook con l’idea (e la pratica) di social network. Ne è sicuramente l’espressione più impattante (perché più pervasiva) ma il fenomeno è molto più articolato e rappresenta una straordinaria opportunità di comunicazione sostanziale, basata cioè su partecipazione e condivisione.

Il punto semmai è individuare le forme e le qualità di questa partecipazione, operando nel merito di un’opportunità che comunque libera energia sociale creativa. Sarebbe un errore tirare il freno a mano dello sviluppo partecipativo del web solo perché induce un’inerzia psichica nei più sprovveduti che non vanno oltre il “Mi Piace”, delegando agli automatismi del sistema.

Lovink non cade nell’errore di tecno-scettici come Nicholas Carr, che nel 2008 lanciò su The Atlantic  la provocazione di «Google ci rende stupidi?». Lovink infatti non asseconda la teoria pessimista per cui il multitasking produce deficit cognitivi, pur se riconosce un problema e lo analizza in un capitolo che titola con lucidità La psicopatologia del sovraccarico d’informazione.

Come affrontare il problema, visto che comunque esiste un overload informativo che induce disorientamento?

Una prima risposta è nell’uscire dal mero consumo d’informazione per riequilibrare il flusso di comunicazione sulla base della reciprocità: si tratta di creare nell’infosfera quelle dinamiche che rivelano reale interazione sociale, producendo un’informazione che rappresenti il valore di comunità di pratica condivisa, in via direttamente proporzionale a ciò che si fa, agendo nei territori, ad esempio.

Un altro aspetto riguarda il fatto di connettere tutte queste pratiche nei social media a quelle culture digitali che negli anni Novanta hanno disseminato i principi attivi di una sensibilità alternativa alle logiche obsolete dei mass media.

Lo stesso Lovink le evoca, attraverso le teorie di Sherry Turkle, l’antropologa del cyberspazio, che già nel 1995 in La vita sullo schermo parlava di «molteplicità delle identità» o di Howard Rheingold che prima in Comunità Virtuali (1994) e poi in Smart Mob (2003) rivelava la profonda mutazione culturale e politica innescata tramite i nuovi media.

Tutta questa innovazione di processo ha una sua storia, arriva dagli anni Settanta con le BBS  (Bulletin Board System, apripista della telematica di base) per evolversi poi in newsgroup,  forum e  blog. Ma è con i Meetup (nel 2004 con l’allora potenziale candidato democratico alla Presidenza USA, Howard Dean) che si registra il salto di qualità, quello che ha poi permesso al blog di Grillo di conquistare nel 2005 una posizione di assoluto rilievo nel web italiano (e non solo) grazie alle decine  e decine di Meetup disseminati in tutte le regioni. Un reticolo di forum che hanno saputo esprimere al meglio la potenzialità interattiva coniugandola con una sostanziale connettività sociale possibile. Si capì allora (quando Facebook non si vedeva ancora all’orizzonte) che un social network può essere una reale piattaforma di auto-organizzazione, funzionale sia alla politica sia alle soluzioni quotidiane (si pensi allo sviluppo dei gruppi d’acquisto e al sostegno alle filiere corte).

In questo senso è importante rilanciare la questione dell’uso sociale delle reti, senza farsi irretire dallo sguardo distaccato di una sorta di aristocrazia hacker che tende a liquidare tutto per acquiescenza al mainstream. Anche Lovink s’attesta nell’equilibrio di un pensiero critico dei media che tende a riconoscere il fatto che il web «si avvicina sempre più alla complessità e alla confusione dell’attuale contesto sociale».

È da qui che si deve impostare una strategia politica e poetica delle reti per interpretare la Società dell’Informazione per ciò che può diventare: il nuovo spazio pubblico, quello di una polis fatta dai contenuti prodotti dall’azione di quanti vivono e usano la rete come possibile palestra di partecipazione.

L’evoluzione del social networking rifonda quindi il concetto d’informazione: non più solo prodotta dagli specialisti (giornalisti e autori) bensì dagli utenti dei sistemi informativi che, attraverso l’approccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella società che cambia.

L’utente delle reti può trovare il modo per portare con sé, dentro la rete globale, la dimensione locale della propria soggettività e la particolarità della propria comunità, per dare forma alla coscienza dinamica di una res publica sempre più fondata sulle pari opportunità d’accesso alle risorse informative. Per fare dell’informazione un bene comune.

Il contributo è di Carlo Infante, co-fondatore degli Stati Generali dell’Innovazione.

 

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