Geert Lovink: si è aperto il dibattito

In attesa di incontrare Geert Lovink, il 14 giugno in Mediateca, proponiamo alcune riflessioni che traggono spunto dai suoi studi, per allargare il dibattito attorno ai contenuti delle sue ricerche. […]

In attesa di incontrare Geert Lovink, il 14 giugno in Mediateca, proponiamo alcune riflessioni che traggono spunto dai suoi studi, per allargare il dibattito attorno ai contenuti delle sue ricerche.

Reti organizzate per il cambiamento sociale

Oggi la rivoluzione non passa per Twitter, così come appena ieri non occupava più la prima serata TV. Fatto assodato, grazie alle riflessioni meno grossolane (o pilotate) all’indomani della Primavera Araba – che però non deve (e non può) farci liquidare in un attimo le strategie di media-attivismo che pure hanno valenze dirompenti. Tutto sta nel rimanere “aperti a possibilità radicalmente diverse”, dando uno scopo all’attivismo dell’era 2.0 tramite le reti organizzate.

Ce lo ricorda Geert Lovink quando, nel suo Ossessioni collettive. Critica dei social media, delinea il quadro della commistione obbligata per incidere concretamente sull’odierno ambito culturale e politico: «Le reti organizzate sono nuove forme istituzionali di collaborazione che sorgono una volta giunto a compimento il processo di digitalizzazione e informatizzazione, la cui area di analisi si concentra sulla tensione, potenzialmente produttiva, esistente tra decentralizzazione e istituzionalizzazione».

In altri termini, se il formato networking va rapidamente diventando l’espressione de facto del sociale, come insinuarsi nelle trame del quotidiano sviluppando alternative altrettanto concrete giorno dopo giorno? Possono venirci in aiuto esempi come quello della cultura radiofonica, assai attiva in Olanda fin dai primi ‘70 sull’onda del movimento degli squatter, poi rimbalzata nelle “emittenti pirata” al largo delle coste inglesi e fattesi globali, con qualche rigurgito anche in Italia (quel breve e copioso rifiorire seguito alla liberalizzazione dell’etere sancita dalla Corte Costituzionale nel 1976). L’impatto di simili esperimenti a tutto campo oggi si incarna nelle “radio bivacco”, avvitate nel dialogo e nella cacofonia continui, dove lo streaming live senza filtri o interruzioni diventa strumento chiave per «dare visibilità agli ambienti intimi che poi trasmettono al mondo».

Nulla a che fare con le web-radio a la Pandora o con i podcast, per intenderci, quanto piuttosto il dito indicatore verso prove sul campo di pratiche inattese – come quelli casuali che hanno portato a collegare un modem al PC per dar vita alle prime BBS sul finire dello stesso decennio irripetibile dei ‘70 – investigando a fondo possibilità quale l’uso di Skype come micro-radio da molti a molti, grazie a una un rete di corrispondenti sparsi nel mondo che ‘trasmettono’ su un canale d’ascolto gratuito per chiunque voglia contribuirvi.

Il punto, insomma, rimane quello di insinuarsi nei punti di frattura di certe combinazioni tecnologiche e culturali. Con l’intento consapevole di voler fare prove sul campo, senza rete ma ben in rete, per «sperimentare ulteriormente con le nuove forme istituzionali emergenti dall’attuale fase di sviluppo di internet nel momento in cui i social media maturano e raggiungono il loro massimo potenziale».

Certo, occorrono forte motivazioni alle spalle. Bisogna insistere con l’integrazione perenne tra media, format e coinvolgimento. Pur tra movimenti sociali aleatori e la facilità dello slacktivism, esistono (qui e ora) possibilità radicalmente diverse quando teniamo mente che ogni tecnologia nasconde un ampio spettro vuoto da riscoprire. E le reti organizzate, collaborative e orizzontali per natura, divengono cardine per esprimere questa tensione potenzialmente produttiva, a cavallo tra l’iperlocale e il globale.

Il contributo è di Bernardo Parrella, giornalista.

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