Giuliana Bruno: intervista

Gabriele De Palma di Totem (web partner di Meet the Media Guru) ha intervistato Giuliana Bruno a proposito del suo ultimo saggio pubblicato in Italia da Bruno Mondadori, Pubbliche Intimità. […]

Gabriele De Palma di Totem (web partner di Meet the Media Guru) ha intervistato Giuliana Bruno a proposito del suo ultimo saggio pubblicato in Italia da Bruno Mondadori, Pubbliche Intimità.

Come cambiano le nozioni di spazio e tempo nell’era del cinema digitale e delle realtà immersive online. Da Hitchcock a Sokurov, passando per Second Life e i musei online: ecco un percorso di avvicinamento a Giuliana Bruno.

Tempo e spazio nell’era delle pubbliche intimità

GPD: Nel tuo ultimo libro Pubbliche intimità scrivi dell’importanza dello spazio nella fruizione dell’arte. Può darsi uno spazio bidimensionale (come lo schermo di un pc) per accogliere e emozionare il fruitore d’arte? È per questo limite spaziale che i musei online di solito non funzionano?

GB: Lo spazio rimane un elemento centrale nel rapporto con l’arte, penso comunque che ci sia la possibilità di creare uno spazio virtuale, non è necessario che sia fisico e tridimensionale. È possibile creare dimensioni di virtualità che permettono di immaginare un linguaggio che ricrei la dimensione spaziale, intesa come rapporto fisico di interazione che mette in movimento percorsi della memoria, una dimensione che non sia limitata a se stessa ma che conduca in altri luoghi.

GDP: Sembra la descrizione del simbolo…

GB: Non tanto come un simbolo che generalmente genera una relazione univoca, viene letto in relazione a metafora univoca. Lo spazio di cui parlo invece è l’attraversamento di spazi contrapposti, permeabili. È spazio metaforico in senso letterale del termine greco: è attraversamento, non simbolizzazione.

GDP: Luoghi simili sono i mmorpg (giochi di ruolo multimediali di massa online) o i mondi sintetici alla Second Life…

GB: Quello che accade nei mmorpg è quello che succedeva nei cinema: entri a vivere un’esperienza con persone che non conosci. I mondi virtuali sono l’estensione di questa immaginazione che mette in relazione persone che condividono un’esperienza, un’esperienza intima ma non domestica, che si condivide con sconosciuti.

C’è un lavoro molto bello di Chris Marker, regista ottantenne che si è inventato un museo su Second Life e ha voluto inventare un linguaggio che sia più libero.

Di solito quello che manca ai musei online è la possibilità di vagabondare, di perdersi. Di solito decide il designer, mentre una delle sfide da affrontare è dare la possibilità a un avatar di non dover necessariamente seguire i percorsi obbligati, di poter fare delle deviazioni. L’arte contemporanea e il cinema ci hanno offerto questa possibilità di vagabondare, di attraversare geografie emotive.

GDP: Come è cambiata la rappresentazione dello spazio con l’avvento del digitale nel cinema?

GB: A differenza di altri io non grido alla morte del cinema, né credo esista necessariamente un eventuale post mortem: i linguaggi sono sempre in trasformazione e la cosa mi interessa.

Assistiamo oggi a percorsi ibridi di trasformazione delle immagini. L’avvento del digitale è un momento importante di definizione e ridefinizione per il cinema, innanzitutto dell’immagine, a cominciare proprio dalla sua migliore definizione.

Uno degli errori più gravi è pensare che con i nuovi strumenti si debba imitare la cosa precedente, invece trovo più interessante liberare col nuovo linguaggio un’espressione nuova e diversa.

La celluloide ha molto più grigi, il digitale è più lucido, l’immagine è molto più presente, quando c’è. E quando non c’è, non c’è. L’immagine in celluloide si deteriora ed esiste e persiste anche quando si è deteriorata. In digitale invece l’immagine o c’è o non c’è, il che ha numerose implicazioni filosofiche ad esempio sull’esistenza e sulla possibilità di lasciare tracce sottoforma di immagini e tracce sulle immagini stesse. Ci sarebbe da parlarne per ore…da approfondire ogni singolo aspetto della trasformazione portata dal digitale.

GDP: Per approfondirli tutti purtroppo non abbiamo tempo, ma per uno o due sì…

GB: Il digitale cambia il senso di come le immagini agiscono nel nostro percorso. Cambia a livello pratico l’idea della fruizione delle immagini. Cambia i luoghi deputati alla visione delle stesse: bisogna vedere se esisteranno ancora i cinema in futuro, visto che stanno cambiando i modelli di distribuzione e si possono anche creare percorsi diversi.

Si possono fare cose che con le precedenti tecnologie non permettevano di fare.

Ad esempio Sokurov nell’Arca russa, si è immaginato una cosa che con la pellicola non si poteva fare: una ripresa continua dall’inizio alla fine del film (un unico piano sequenza della durata di 90 minuti, ndr).

Cambia quindi anche il senso del tempo, il senso di durata e di durata lunga, di presenza continua e documentazione costante, che il digitale abilita mentre la celluloide no. Sokurov ha potuto fare quello che Hitchcock (in Nodo alla gola, film che vuole essere una ripresa continua ma che deve fare i conti con le limitazioni imposte dalle dimensioni del rullo cinematografico che perette riprese continue di 11 minuti, ndr) non poteva fare a causa del formato analogico e delle sue intrinseche proprietà.

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