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ARRIVEDERCI PETER! DALLA SALA OLOGRAMMI MtMG

Nella sua due giorni milanese – apertasi con IfBookThen e conclusa a Meet the Media Guru -- Peter Brantley è riuscito a riassumere, in due interventi estremamente diversi, i tratti salienti che caratterizzano questo momento di profondi cambiamenti in corso nel modo in cui gestiamo l’informazione.
Apparentemente, in comune i due interventi avevano ben poco. E tuttavia, con entrambi Peter ha dato un contribuito suggestivo nel processo di chiarimento dei processi in atto, fornendo alcune preziose indicazioni sui potenziali riflessi di questi cambiamenti nel complesso dell’infrastruttura economica e sociale.
Come salvaguardare i libri nel 21° secolo e quale forma avranno domani i luoghi e i manufatti della cultura e del sapere – i temi che contraddistinguevano rispettivamente l’intervento a IfBookThen e quello a Meet the Media Guru – contengono problematiche di ampio respiro che Peter ha saputo illustrare e trattare in maniera chiara ed esaustiva, lasciandoci infine con due importanti interrogativi: il primo relativo alla salvaguardia dei libri e all’identità dei responsabili della conservazione dei prodotti culturali digitali, e il secondo relativo agli “architetti” del futuro luogo “terzo” dello storytelling: la biblioteca (se così ancora vorremo chiamarla).
In merito al primo interrogativo, non è detto che le risposte dovremo aspettarcele solamente da chi nel campo dell’editoria opera in maniera professionale (e il minimo è augurarsi che verranno chiamate a rispondere anche le nuove professionalità del web, ancora oggi in molti casi trattate dall’establishment culturale come un sottoprodotto, reo di produrre informazione “unbranded” e, quindi -- sempre secondo l’establishment -- di dubbia qualità).
Diversa l’ipotesi di risposta al ruolo di architetti dei nuovi luoghi dello storytelling. E in questo caso, Peter chiama tutti noi all’azione. Gli holodeck – le sale olografiche mutuate da Star Trek – dalle quali Peter ha preso spunto per il suo intervento, non sono più mero frutto della letteratura fantascientifica ma iniziano a configurarsi non solo come la terza generazione dell’esperienza personale digitale, non più come la fantasia personale di alcune menti dotate di fervida immaginazione, bensì come luogo di auto-enactment e di storytelling in un contesto sociale.
L’esempio più immediato, citato da Peter, è da ricercare nel modo in cui è cambiato il gaming e, a tal proposito, Peter cita uno dei nostri prossimi, attesissimi, guru: Jane McGonigall: “L’immagine del giocatore di videogiochi solitario non corrisponde più al vero. Quasi il 65% dei giochi oggi sono a carattere sociale e vengono giocati online o nella stessa stanza con persone che conosciamo nella vita reale”.
In pratica le sale olografiche sono già in parte nel nostro salotto. E secondo Peter, dovranno essere le biblioteche ad offrire le esperienze più complete di una sala olografica, proprio perché le biblioteche sono reali; sono porte d’ingresso all’immaginazione, all’apprendimento, alla condivisione, all’esperienza e a nuove poetiche espressive”.
Infine, accogliamo con entusiasmo l’invito di Peter: “lottiamo insieme per prendere il controllo del ponte di comando (delle sale olografiche). Iniziamo a costruire la nostra sala olografica. Condividiamo la visione di ciascuno di noi”.
Noi vogliamo sperare che Meet the Media Guru sia anche questo…

Alla prossima (anzi al prossimo: Donald Norman è in dirittura d’arrivo a fine marzo. Jane McGonigall agli inizi di maggio. Seguiteci per gli aggiornamenti).

PETER BRANTLEY :: LA LECTURE

Eccovi l’intervento di Peter Brantley in versione integrale.

Buona visione!

Qui troverete, invece, le foto della serata!

GURU ON FLIP :: ARRIVEDERCI DA LAWRENCE LIANG

Lawrence Liang, i suoi “archivi della curiosità” e le sue “infrastrutture della conoscenza” hanno contribuito ad arricchire il nostro panorama delle forme di espressione culturali disponibi oggi grazie alla rete.

Abbiamo chiesto a Liang della sua esperienza a Meet the Media Guru.

Ancora una volta i protagonisti -- anche per Lawrence -- siete sempre voi: il nostro pubblico di appassionati guristi.

Le foto della serata con Lawrence le trovate su Flickr
E una bella intervista di Roberto Bonzio, pubblicata da Reuters e ripresa da Italiani di frontiera

Ecco il suo arrivederci catturato su Flip in un martedì piovoso a Brera, dopo l’emozione di un manoscritto di un migliaio di anni fa:

LAWRENCE LIANG :: LA LECTURE





Per chi vuole rivedere l’incontro con Lawrence Liang alla Mediateca Santa Teresa lo scorso 29 marzo, ecco lo streaming della serata.


VERSO LAWRENCE LIANG :: INTERVISTA SU CHIPS&SALSA

Oggi su Chips&Salsa (inserto tecnologico del Manifesto/Alias), è stata pubblicata questa intervista con Lawrence Liang.

LA PIRATERIA LIBERA TUTTI
Il regime di proprietà intellettuale imposto dall’occidente è fragile. Parla l’intellettuale cino-indiano che predica il diritto di copia e non risparmia nemmeno i “riformatori” del copyright del mondo ricco come Lawrence Lessig.

di Gabriele De Palma

Viaggia molto Lawrence Liang. Di ritorno nella sua base di Bangalore da un workshop di quattro giorni a Delhi è pronto per arrivare in Italia. Il prossimo 29 marzo a Milano, in occasione del Meet the Media Guru, presso la Mediateca Santa Teresa porterà un punto di vista nuovo nel dibattito sulla proprietà intellettuale. Avvocato di formazione, pensatore per vocazione, cinese di origine, indiano per adozione Liang è molto attivo dal punto di vista sociale, ha fondato l’Alternative Law Forum che offre assistenza legale a chi non se lo può permettere o è vittima di discriminazione. Il suo punto di vista mescola le riflessioni dei più autorevoli pensatori occidentali in tema di diritti d’accesso alle informazioni e di proprietà intellettuale a una critica marxiana («Marx filosofo, non politico» ci tiene a chiarire) e alla prospettiva “orientale” da cui osserva le cose, eredità ambientale del vivere tra Cina e India, dove lo sviluppo tecnologico è spontaneo, consistente e incontrollabile. Sono le sue opinioni in materia di “pirateria” a suscitare più clamore e a segnare la differenza nel dibattito in corso, opinioni che lo distanziano anche da un suo stimato collega come Lawrence Lessig, punto di riferimento in occidente per coloro che chiedono una riforma del copyright più consona all’era digitale. «Sono un grande ammiratore di Lessig. Sono in disaccordo – ci spiega – solo nella misura in cui abbiamo diverse provenienze geografiche. I Creative Commons (iniziativa di cui Lessig è promotore, ndr) sono importanti ma dissento da come considera l’uguaglianza dei mezzi di produzione culturale. In molti sensi il lavoro di Lessig è dipendente dall’idea di trasformazione d’autore: le persone che scaricano e remixano prodotti altrui creano nuove cose e dunque le leggi sulla proprietà intellettuale devono consentire queste pratiche. Ma nella sua riflessione non viene riconosciuta la novità nella pirateria commerciale, che è considerata sola mera riproduzione. Io distinguo invece tra infrastruttura e contenuto e poi cerco di capire come interagiscono tra loro: in realtà ogni forma di pirateria non prescinde dalla trasformazione nella misura in cui muta il supporto su cui viene fruito il contenuto».

In un recente articolo citi il caso di una copia pirata di Kill Bill, coi sottotitoli sbagliati perché tradotti non dal testo ma dal sonoro di un’anteprima senza sottotitoli circolata nelle reti p2p. Il prodotto finale cambia anche se a volte in modo quasi impercettibile e non desiderato. Accade ogniqualvolta si copia?
«Ogni atto di riproduzione o di copia è una trasformazione. La trasformazione può essere a livello del contenuto in sé o a livello dell’impatto sull’infrastruttura della produzione culturale. A me interessa quest’ultimo aspetto che è poi una precondizione della trasformazione creativa vera e propria».

Argomenti che non incontrano un grande successo nemmeno nei circoli più liberali del dibattito occidentale. Un limite ‘geografico’?
«L’intera questione dell’accesso è impostata da un punto di vista pedagogico, e si riduce a come rendere più edotte le persone emarginate dando libri di testo, opere d’arte o tecnologie e stabilendo quali devono essere accessibili. Io però preferisco guardarla da un altro punto di vista, abbastanza simile a quello di Jacques Ranciere (allievo di Louis Althusser, ndr): l’uguaglianza non può essere un punto d’arrivo, una destinazione finale: l’assunto è che tutti partecipiamo della vita intellettuale e quindi si va dall’eguaglianza all’eguaglianza. Tutti viviamo vite intellettuali e da questo punto di vista siamo uguali, i mezzi per parteciparvi però sono mal distribuiti».

La diffusione delle tecnologie però cambia lo scenario.
«La tecnologia a basso costo ha un potenziale radicale e altera la distribuzione dei mezzi di produzione culturale. Non è più questione di garantire l’accesso, il problema è cosa te ne fai dell’accesso, cosa capisci e come questo cambia la capacità di trasformazione della tua vita intellettuale. Ad esempio a Delhi ho appena concluso un workshop con un gruppo chiamato cybermuhallah, lavoratori giovani e senza mezzi che aspirano a diventare artisti. Lo scopo è capire l’interazione tra tecnologia e la vita intellettuale dei poveri. Una delle cose interessanti è che molti di loro ora pensano di cinema, attraverso il cinema, film di tutti i generi, dal neorealismo italiano, al cinema coreano contemporaneo. Considerano il cinema una risorsa per il pensiero. Spesso invece quando si parla di accesso il contenuto di cui si parla è esclusivamente pedagogico, manuali e libri, mentre molti degli scrittori dei cybermuhallah hanno abbandonato la scuola e non vogliono libri di scuola. Il punto è la differenza del modo in cui viene pensato lo sviluppo intellettuale tra paesi sviluppati e in via di sviluppo».

La storia sembra ripetersi, quello che accade oggi in India e in Cina è analogo a quello che accadde in America nel XIX secolo con i libri britannici fotocopiati allegramente, e ad inizio secolo con la nascita di Hollywood. Poi da quando gli Usa sono diventati una potenza della proprietà intellettuale hanno mutato atteggiamento e si sono fatti meno permissivi.
«Non solo l’industria culturale, anche l’altra industria. C’è un bel saggio dello storico Doron Ben Attar sulla storia del termine yankee, che viene dall’olandese “pirata”, in cui dimostra che lo sviluppo industriale statunitense è stato possibile grazie alla pirateria tecnologica ai danni dell’Europa e all’infrazione delle restrizioni alla circolazione di idee e tecniche poste dall’avanzato vecchio continente. Gli europei infastiditi dai furti iniziarono a chiamare gli statunitensi indistintamente yankee».

Ma non c’è il rischio che Cina e India seguano la stessa strada?
«Il rischio esiste ma con alcune differenze. Una in particolare mi sembra sostanziale ed è inerente al collasso del tempo. La rivoluzione industriale ha avuto tempi lunghi, è durata diverse generazioni. Nell’era digitale il tempo collassa, e il ripetersi del ciclo è ostacolato da due fattori: innanzitutto il fatto che il digitale vive nella copia e crea una cultura della copia, poi il tempo intragenerazionale in cui ciò avviene e per cui è difficile creare una consapevolezza diffusa del concetto di proprietà intellettuale».

In effetti, guardando i numeri, quella degli avvocati della proprietà intellettuale sembra una guerra già persa: un pochi-contro-troppi in un ambiente tecnologicamente ostile.
«Spesso le persone parlano del Wto e del regime di proprietà intellettuale globale come di una cosa molto potente, io credo invece che sia molto fragile. L’unico modo in cui la finzione della proprietà intellettuale può essere salvaguardata è attraverso le forze di polizia e l’effetto deterrente da queste suscitato. Esattamente come accade con le finzioni dei confini, mantenute solo con la forza. È un’infrastruttura estremamente precaria che richiede un esercito enorme per essere controllata. Il fatto che le sue origini siano determinate da una netta diseguaglianza politica e conomica è molto evidente, i Trips sono stati scritti da una dozzina di avvocati rappresentanti dell’industria dell’entertainment statunitense. E anche a quel livello ci sono molte contraddizioni interne come ad esempio il fatto che il sistema multilaterale, inizialmente adottato per forzare il regime di proprietà intellettuale, adesso permette a Brasile, India e Cina di far sentire la propria voce. E ora gli Usa ripiegano su accordi bilaterali o trattati estremamente segreti come Acta».

Foto di Joi Ito -- Flickr/CC