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Museo del Futuro: quando la partecipazione diventa attiva

I grandi musei non contengono esclusivamente opere d’arte ma sono luoghi in cui la sorpresa diventa apprendimento, in cui si possa contemporaneamente studiare in silenzio un Tiziano o proiettarsi nella contemporaneità attraverso un’opera di design.
Ma soprattutto, il museo del futuro deve diventare centro indispensabile per la comunità, punto d’incontro e conversazione, in cui il pubblico venga coinvolto in un continuo dinamismo.
Prendendo in prestito le parole di Ivo Andric, questi luoghi dovrebbero essere costruiti “nel punto in cui si incrociano la maggior parte delle necessità umane” diventando così un crocevia di esperienze.

Sempre più istituzioni si sono rese conto che occorre mutare i processi di accesso alla cultura, andando oltre la tradizionale mission di conservazione e ricerca e stimolando una socializzazione del patrimonio nell’ottica dell’engagement, lifelonglearnig, dell’edutainment, dell’abbassamento delle barriere socio-culturali.
Questo fil rouge si snoda all’interno di tutte le attività del museo: dalle mostre ai workshop, fino a un uso sempre maggiore dei social media nell’ottica del web 2.0.
Nel momento in cui gli utenti hanno gli strumenti per diventare parte attiva del processo conoscitivo, l’innovazione passa sempre di più da nuove pratiche sociali e creazione di comunity che trovano nel networking un fattore abilitante.

Proviamo, allora, a definire i 3 “must” dell’audience development.

#Conoscere
E’ fondamentale analizzare il proprio pubblico senza ridurlo a un insieme di target. Mappare i bisogni del visitatore fa emergere la realtà culturale e sociale nella sua dinamicità e permette di stabilire quanto le proposte siano conformi alla domanda.
Le potenzialità offerte dalla rete permettono di progettare le proprie attività nell’ottica della nascita e crescita di prosumers, o come li definisce il sociologo Fabris consum-attori,  utenti che, svincolandosi dal classico ruolo passivo, assumono un ruolo più attivo nel processo che coinvolge le fasi di creazione, produzione, distribuzione, consumo.

#Ampliare
Nel costruire il rapporto con il proprio pubblico ci si trova a esplorare punti caldi per affinità ma non bisogna farsi spaventare dai buchi neri.
Attraverso l’impatto della cultura digitale e la rete è infatti possibile potenziare l’accesso e la diffusione del patrimonio culturale intercettando nuovi “pubblici” come dimostrano le ricerche di Jeffrey Schnapp, esperto di Digital Humanities e direttore metaLAB dell’Università di Harvard. Nell’ottica di scardinare le barriere, è particolarmente interessante lo sviluppo degli user-generated contents che permettono alle istituzioni culturali di diventare vive e dinamiche integrando nelle proprie attività i punti di vista dei diversi utenti.
Come spiega Nina Simon, consulente statunitense di musei partecipativi:

La progettazione partecipata può aiutare i musei a realizzare lo spesso ripetuto, ma raramente dimostrato, desiderio di diventare spazi civici essenziali per favorire il processo democratico.

#Attivare
Oggi l’offerta culturale deve comunicare con il visitatore non a senso unico ma in uno scambio continuo. In mostre e programmi tradizionali, l’istituto si concentra su fornire all’audience, indipendentemente dal suo background, contenuti di alta qualità e coerenza. Invece, nei progetti partecipativi, l’istituzione sostiene anche esperienze di contenuti multi-direzionali, promuovendosi come piattaforma socioculturale che connetta utenti diversi che agiscono come creatori di contenuti, distributori, consumatori, critici e collaboratori, offrendo l’opportunità di vivere un’esperienza co-prodotta.
Le pratiche per sviluppare la circolazione e personalizzazione dei contenuti spazia da azioni di base, ad esempio rendere interattivi i famosi “libri degli ospiti” con i commenti dei visitatori, oppure attraverso l’integrazione di partecipazione on e offline, come nel caso del progetto Invasioni Digitali, di cui abbiamo parlato alla Social Media Week nell’incontro Innovatori di cultura: Rete e social media nel mondo dell’arte, dei musei e della letteratura.

Per ridurre il cultural-divide, molti musei si pongono sfide ardue, come ad esempio la scelta di Paola Antonelli, direttore alla Ricerca e Sviluppo del MoMA e ospite a MtMG il 10 aprile 2014, di inserire tra le opere conservate nel museo 14 videogiochi in quanto forma di design interattivo, spinti dalla volontà di “preservare e mostrare reperti che saranno sempre più parte delle nostre vite in futuro”.

Per concludere, oggi è possibile immaginare e, aggiungiamo, mettere in pratica:

Un’istituzione futura del tutto partecipativa, che utilizzi l’impegno partecipativo come veicolo per le esperienze dei visitatori. Un luogo dove i visitatori e membri dello staff condividano le proprie competenze e interessi personali; dove le azioni di ciascuno siano collegate in rete con quelle degli altri in contenuti cumulativi e dinamici; dove le persone discutano gli oggetti in mostra con amici e sconosciuti, condividendo diverse storie e interpretazioni.
Immagino un museo dove i visitatori siano invitati a contribuire, collaborare, co-creare e cooptare le esperienze in un ambiente progettato di cui si possa misurare insieme l’impatto.
Un luogo che funziona meglio più persone lo utilizzano.
(Nina Simon)