Maria Grazia Mattei: La Pixar come una bottega digitale

Come è nata l’idea di una mostra della Pixar a Milano? La mostra è stata ideata da John Lasseter e Elyse Kleidman, direttore dell’Università della Pixar e dell’archivio della società. […]

Come è nata l’idea di una mostra della Pixar a Milano?
La mostra è stata ideata da John Lasseter e Elyse Kleidman, direttore dell’Università della Pixar e dell’archivio della società. L’idea è presentare il “dietro le quinte” della Pixar, tutto quello che sta dietro lo schermo e non tutti conoscono: i disegni, gli studi di colore, le sculture, il lavoro sulle storie, sui caratteri dei personaggi, sul loro aspetto fisico, sui mondi. Il percorso della mostra rivela che per produrre un film come Cars o Toy Story sono necessarie competenze molteplici, proprio come in una bottega, una bottega digitale.

La Pixar, insomma, come un soggetto pienamente inserito nella storia dell’arte in generale e di quella digitale in particolare…
Se si guarda il lavoro della Pixar i riferimenti a forme espressive tradizionali sono tanti, come stiamo provando a mettere in luce qui sul nostro blog. E non potrebbe essere diversamente, è una questione di DNA. Se si guarda alla storia della grafica computerizzata si vede che è nata proprio in un contesto interdisciplinare: c’erano grandi aziende che finanziavano la ricerca sull’animazione al computer, ingegneri che sviluppavano programmi informatici per la creazione di immagini e artisti che li utilizzavano. La Pixar prosegue questa tradizione di lavoro con grande attenzione alle discipline umanistiche. Quando devono assumere qualcuno l’ultima preoccupazione che hanno è se sa usare o meno un computer. Si preoccupano molto di più della cultura del candidato.

Questa attenzione al lavoro artigianale e concettuale di un’azienda ad altissima tecnologia come la Pixar ha un significato culturale?
Io credo di sì e credo che sia un messaggio importante soprattutto nel nostro Paese. Penso sia arrivato il momento di mettere l’accento meno sulla tecnologia, che ormai è un dato di fatto, e più sull’analisi dei nuovi linguaggi e delle nuove narrazioni, sugli aspetti espressivi, ideativi, creativi. È finita la fase della fascinazione per le tecnologie, cerchiamo di riportare l’attenzione sulla formazione, la ricerca, la sperimentazione che vivono in una bottega rinascimentale, anche se digitale, come la Pixar. E penso che Milano, che ha nel suo DNA una vocazione multidisciplinare, sia la città giusta per ospitare questa operazione.

Poche settimane fa è scomparso Steve Jobs uno che ripeteva spesso che la Apple (e la Pixar) non sono aziende tecnologiche ma qualcosa di più ed è questo che le rende diverse dai concorrenti. Secondo te quale è stato il maggior contributo del fondatore della Mela in questa impresa?
Credo che Jobs abbia capito immediatamente quello che John andava dicendo almeno dalla fine degli anni ’80: ovvero la Pixar non era solo una software house, un’azienda che realizzava effetti speciali per conto di terzi ma un vero e proprio animation studio. Come è chiaramente espresso in una intervista congiunta di qualche anno fa entrambi erano convinti che il valore della Pixar fosse nella capacità di raccontare delle storie avvincenti. Con l’arrivo di Jobs si è creata l’alchimia magica e la sua personalità ha spinto ancora più forte lungo al strada giusta.

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